venerdì 23 maggio 2008

La vite-Coltivazione : la potatura

Lo scopo principale della potatura è quello di ottenere un equilibrio vegetativo - produttivo, in altre parole si cercherà di conseguire il massimo sia della quantità di produzione sia della qualità. La potatura invernale della vite è energica e richiede l’asportazione di tutti i tralci che hanno prodotto frutti e di buona parte di quelli nuovi. I tralci rimasti sulla vite dovranno essere opportunamente legati sulla pergola per non correre il rischio di essere strappati dal vento e per fare in modo che crescano ordinatamente. Il tempo della potatura invernale va dalla fine della vendemmia fino al germogliamento. In Trentino Alto Adige si potano le vigne dopo i freddi invernali, sia perché la vite non potata dimostra maggiore resistenza al freddo, sia per ritardare il germogliamento e sfuggire così alle gelate primaverili. A differenza della potatura invernale, alquanto energica, la potatura estiva, o verde, richiede un paziente lavoro di precisione. Vengono eliminati i germogli sterili, viene operata la cimatura, che è l’asportazione della parte terminale del tralcio erbaceo, per favorire la luce e l’aerazione ostacolando lo sviluppo dei parassiti. Per aumentare ulteriormente la luce al grappolo d’uva, si eliminano le foglie e si legano i germogli in modo che crescano in modo ordinato e non creino ombreggiature. Queste lavorazioni sono molto delicate in quanto influiscono direttamente sul metabolismo della pianta, richiedono, inoltre, proprio per la loro delicatezza, molte ore di lavoro.

Il ciliegio - varietà

Durone nero di vignola.
Albero di discreto sviluppo e di media fertilità. Produce frutti grossi di color rosso nerastro con polpa scura, dolci e di ottimo sapore, resistenti allo spacco. Matura a primi di giugno la varietà precocce e a fine giugno quella tardiva.
Ferrovia.
Albero di vigoria elevata, portamento assurgente. Il frutto è di grossa pezzatura, con peduncolo lungo, buccia rossa brillante, polpa rosa, molto consistente. La qualità gustativa e buona.
Lapins.
Pianta di vigoria medio-elevata a portamento assorgente. La produttivita è elevata e costante. E autocompatibile per cui non necessita di impollinatori. La pezzatura è medio-elevata, la buccia è di colore rosso scuro brillante, la polpa è rosa, di consistenza medio-elevata.
Bigarreau burlat.
Una fra le varietà più precoci (metà maggio). Discretamente produttiva, i frutti sono di media pezzatura di color rosso scuro con polpa rossa di buon sapore.
Van
Albero di vigoria medio-elevata, alta produttività. Il frutto è di pezzatura media, con buccia di colore rosso scuro. La polpa è di colore rosso aranciato, di elevata consistenza e di buone qualita gustative.
Montmorency
Albero di scarsa vigoria e portamento espanso. Produttivoità costante ed elevata, frutto di media pezzatura, rosso chiaro con polpa di colore bianco giallastro. Ciliegia acida.
Napoleon
Varietà molto apprezzata per l'elevata fertilità. I frutti sono gialli e rossi dalla parte esposta al sole, sono a forma di cuore molto grossi con polpa chiara, soda e zuccherina. Matura a metà giugno.

La vite - Coltivazione : il terreno

La vite è in grado di adattarsi ai terreni più disparati, tuttavia predilige terreni con buone caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche. Nei terreni calcarei si ottengono vini con un buon grado zuccherino ma scarsa acidità; nei suoli argillosi bisogna fare attenzione ai ristagni idrici, comunque si ottengono uve di qualità; i terreni sabbiosi, quando non risultino siccitosi, consentono un buono sviluppo della vite e produzioni pregiate, in quanto la sabbia conferisce al vino leggerezza e profumo. L'habitat ideale della vite è in collina, anche se molte zone di pianura vantano gloriose tradizioni vitivinicole. L'esposizione solare è di fondamentale importanza nelle regioni del nord,ove la vite preferisce a sud o sud-ovest.

La patata

LA PATATA
La patata è pianta originaria delle regioni montuose oltre duemila metri sul livello del mare della cordigliera andina dell'America centrale e meridionale dove da sempre costituisce una preziosa base alimentare per le popolazioni localiLa parte commestibile della patata (Solanum tuberosum) è un tubero, ossia la parte sotterranea di una pianta, derivata dalla trasformazione di fusti o radici. La natura gli ha conferito il ruolo di riserva di sostanze amidacee e nutritive per la pianta stessa, ma anche l'uomo ha saputo trarne vantaggio. Originaria dell'America, iniziò a diffondersi in Europa solo attorno agli inizi del 1800. E' probabilmente il più versatile tra gli ortaggi conosciuti.,.. Attualmente la patata è diffusa in tutto il mondo su circa 20 milioni di ettari, nelle zone temperato-fredde mentre in Italia la superficie coltivata è di circa 90.000 ettari la coltura trova condizioni ottimali in climi temperati, benché spostando il ciclo colturale si adatta a climi diversi. Il gelo danneggia le foglie e arresta lo sviluppo dei tuberiSemina e messa a dimora:
le patate dette da seme devono avere un diametro tra i quattro e gli otto centimetri, ed un peso intorno ai cinquanta grammi ognuna. Le patate più grosse si possono tagliare per ricavarne dei pezzi provvisti ognuno di almeno due gemme. Conviene compiere questa operazione alcuni giorni prima della semina perché le ferite abbiano il tempo di cicatrizzarsi.Sul terreno ben lavorato, si tracciano dei solchi ad una distanza sulle file di cinquanta-sessanta centimetri.I tuberi vengono distribuiti ad una distanza di venticinque-trenta centimetri e ricoperti di terra sciolta per uno spessore di tre-sette centimetri. Si può ricorrere alla pregermogliazione mettendo a dimora tuberi con germogli già sviluppati.Prima della semina si deve effettuare un'accurato spietramento per evitare che le nuove patate crescano deformi.
TECNICA COLTURALE.
. La patata è una pianta erbacea annuale, ma che in natura si comporta come perenne data la sua prerogativa di propagarsi vegetativamente per mezzo di tuberi, che sono quindi il prodotto utile e il mezzo di propagazione della coltura. La pianta di patata si origina da un tubero le cui gemme germogliando producono steli eretti, angolosi, alti 0,3-1 m lievemente pubescenti. Le foglie sono di numerosi e spesso mancanti, sono riuniti in cime terminali portate da peduncoli. I fiori sono vistosi tipo imparipennato irregolare, leggermente pelose, composte da 3-4 paia di foglioline intere, ovato-acuminate, e da qualche altra fogliolina più piccola irregolarmente intercalata. I fiori, poco per una corolla di cinque petali saldati, di colore bianco, rosa o rosso violaceo. I semi non hanno alcuna importanza agronomica come mezzo di riproduzione della patata, di essi si servono solo i genetisti per il loro lavoro di miglioramento genetico.Dai nodi interrati degli steli si sviluppano numerose radici avventizie e numerosi steli sotterranei a portamento orizzontale (rizomi); le radici sono fibrose, fascicolate, molto ramificate ed espanse, ma limitatamente a uno strato di suolo piuttosto superficiale (0,5-0,6 metri. .Il. tubero della patata, come si è visto, è un tubero caulinare in quanto corrisponde alla parte terminale ingrossata di uno stelo sotterraneo in cui, quando è giovane, si ritrova la tipica struttura di uno stelo: epidermide, corteccia, cilindro vascolare con il suo cambio, midollo centrale. In un tubero completamente maturo l’epidermide è sostituita dal periderma (o " buccia ") fatto di strati di cellule suberose, che protegge l'interno del tubero dall’eccessiva perdita d'acqua e dalla penetrazione di funghi e batteri. All'interno, sia la corteccia sia il midollo sia il parenchima che costituisce la maggior parte del tubero, sono divenuti sede di accumulo di grandi quantità di amido.In mezzo a questa massa di tessuti, diversi ma non più facilmente distinguibili, si notano fasci fibro- vascolari diretti verso gli “occhi”. La dimensione dei tuberi varia molto secondo le condizioni di coltivazione oltre che con la varietà: il loro calibro va da meno di 40 mm (minimo accettabile per consumo) a 70 mm e oltre (calibri molto grandi sono apprezzati solo per ricavarne "sticks"). La coltivazione va gestita in modo da realizzare produzioni elevate di tuberi del calibro più richiesto dal mercato (da 40 a 60 mm, indicativamente).. Come è variabile il calibro, così è il peso dei tuberi: circa 40 grammi per un calibro di 30 mm, circa 100 grammi per un calibro di 50 mm, diversi ettogrammi per calibri superiori.La forma dei tuberi varia secondo la varietà: tonda, tondo-ovale, ovale, ovale-lunga, lunga.I colori della buccia sono due: giallo o rosso; la "pasta" interna invece può essere bianca o gialla, con varie sfumature: bianco candido, bianco crema, giallo, giallo chiaro, giallo intenso.

Alcune Varietà:
a pasta bianca, di forma tonda, può essere di Napoli o di Como: è piuttosto farinosa quindi adatta alla preparazione di purè, sformati e qualunque piatto che ne prevede la frantumazione.
A pasta gialla, detta Bintje, più soda e compatta, piuttosto versatile ma particolarmente adatta per essere cucinata intera e per essere fritta.
La Rossa, saporita e consistente, adatta ad ogni tipo di preparazione.
La Novella , è il tipo che viene raccolto immaturo ed è disponibile tutto l'anno; è caratterizzata da polpa delicata e vie ne cucinata suprattutto arrosto o lessata
Conservazione:
le patate si conservano molto bene e a lungo, rispettando i seguenti piccoli accorgimenti: è necessario che stiano al buio per evitare che diventino verdi; la temperatura non deve essere nè troppo umida (mai al di sotto dello 0, altrimenti gelerebbe) nè troppo secca (mai al di sopra degli 8° C, altrimenti tende a germogliare), la cantina sarebbe il luogo ideale..
Valore nutrizionale
Dal punto di vista nutrizionale le patate sono conosciute principalmente per l'alto contenuto in carboidrati (circa 26 grammi in una patata di 150 g, cioè medie dimensioni), presenti principalmente sotto forma di amidi. Una piccola ma significativa parte di tali amidi delle patate è resistente agli enzimi presenti nello stomaco e nell'intestino tenue, sì da raggiungere l'intestino crasso quasi intatta. Si ritiene che questi amidi abbiano effetti fisiologici pari a quelli delle fibre alimentari.
Le patate sono fonte di importanti vitamine e minerali. Una patata di medie dimensioni (150 g), consumata con la buccia, fornisce 27 mg di vitamina C (45% della dose giornaliera raccomandata), 620 mg di potassio (18% della dose giornaliera raccomandata), 0,2 mg di vitamina B5 (10% della dose giornaliera raccomandata), oltre a tracce di tiamina, riboflavina, folati, niacina, magnesio, fosforo, ferro e zinco. Inoltre il contenuto di fibre di una patata con buccia (2 g) è pari al contenuto di fibre del pane integrale, della pasta e dei cereali. Oltre alle vitamine, ai minerali ed alle fibre, le patate contengono svariati composti fitochimici, quali i carotenoidi ed i polifenoli.
Non tutte le sostanze nutritive delle patate si trovano nella buccia; questa contiene circa la metà delle fibre, ma più della metà delle sostanze nutritive sono contenute nella polpa. La cottura può alterarle notevolmente.
Le patate novelle e le varietà a forma allungata contengono una quantità minore di sostanze tossiche, e rappresentano una fonte eccellente di nutrienti. Le patate sbucciate e conservate a lungo perdono parte delle proprie proprietà nutrizionali, benché mantengano il proprio contenuto di potassio e vitamina B.
Le patate sono spesso escluse dalle diete a basso indice glicemico, in quanto si ritiene che possiedano un'alta quantità di zuccheri. In realtà l'indice glicemico delle patate varia in maniera considerevole a seconda della loro varietà (patata a buccia rossa, a pasta bianca, eccetera), della loro origine (zona di coltivazione), della preparazione (metodo di cottura, se consumata fredda o calda, in purè, a tocchetti o intera ecc.), e degli altri cibi con cui si accompagna (salse ricche di grassi o ad alto contenuto proteico.
Le Avversità tra i parassiti che attaccano la Patata i più importanti sono: la dorifora decemlineata che è un coleottero che si nutre delle foglie della pianta sia come larva che come insetto. Si combatte con prodotti a base di arsenico. Il grillotalpa che agisce di notte da metà marzo a metà ottobre e si combatte con esche avvelenate. Il maggiolino allo stato larvale.Le malattie da virus possono provocare ingiallimento e nanismo. Ricordiamo il virus 14 che provoca l'accartocciamento delle foglie. Fra le crittogame ricordiamo la peronospora che colpisce foglie e tuberi provocando annerimento e la morte, si previene con irrorazioni a base di solfato di rame. - Il mal bianco del pedale attacca ogni parte della pianta provocando l'imbrunimento e la morte.- Il marciume secco provocato da verticillum e fusarium che attaccano la Patata formando cavità che anneriscono e provocano l'essiccamento della pianta.Raccolta: avviene quando in primavera i tuberi si staccano dagli stoloni, ma è bene non effettuare la raccolta prima che appassiscano le foglie.
La raccolta si effettua a mano con gli attrezzi tradizionali, o a macchina se si tratta di coltura in pieno campo. E' bene cheI tuberi portati alla luce si asciughino per qualche tempo al sole sul terreno e quindi vanno conservati in un luogo buio, poiché la luce fa germogliare gli occhi e stimola la formazione di solanina.

martedì 20 maggio 2008

La vite - Coltivazione : il clima

La vite trova in italia le condizioni pedoclimatiche ideali, infatti è coltivata in tutte le regioni. La vite europea resiste bene fino a temperature di - 15°, -20°C; non sono considerate dannose le gelate autunnali, mentre possono essere molto pericolosele gelate primaverili, che danneggiano i germogli. La vite è considerata una pianta arido-resistente, che si adatta bene a terreni siccitosi. Circa il 60% dei vigneti italiani sono impiantati in zone collinari non irrigate e soggette alla siccità estiva. La luce è un elemento importantissimo per la vite, infatti il sistema di allevamento deve assicurare la massima esposizione alla luce solare su tutto il vigneto.

La vite - Cenni storici

La vite è una pianta antichissima che trovato il suo habitat naturale nel bacino del Mediterraneo, soprattutto in Italia e in Francia. Prima che la coltivasse, l'uomo si cibava dei suoi frutti. I Latini e i Romani coltivarono intensamente la vite, mentre nel Medioevo ci fu una decadenza. Solo i monaci continuarono a coltivare e migliorare, in quanto il vino prodotto dall'uva era fondamentale per la celebrazione della Mensa Eucaristica. Nel 1498 Cristoforo Colombo, portò alla regina Isabella di Spagna dei frutti di vite selvatica presi a Cuba. Ma nel XIX secolo la fillossera, un mortale parassita portato dall'America del Nord, minacciò gravemente la viticoltura europea. Allora un sistema di difesa usato per salvare i vigneti europei, fu di innestare le viti nostrane europee sulle viti americane, resistanti alla puntura della fillossera.

martedì 13 maggio 2008

Il ciliegio

- Nome scentifico: Prunus avium;
- Famiglia: Rosaceae;
La pianta raggiunge l'altezza di 20-25 m, ha un tronco robusto, con corteccia grigio scura, dalle caratteristiche striature trasversali. I rami giovani sono ricoperti da corteccia liscia con lenticchie molto evidenti. Le foglie sono alterne ovato- allungate seghettate; i fiori sono bianchi, ermafroditi, a cinque petali, riuniti in gruppi da uno a sei, i frutti (ciliegie) sono drupe globose di varia lunghezza di colore rosso più o meno scuro o anche giallo e variamente sfumate di rosso con un lungo picciolo. In Italia se ne distinguono due sottosprcie coltivate:
- la duracina, che danno ciliegie a polpa soda;
- la juliana, dalla qualle provengono quelle con frutti a polpa tenera.
In Italia la coltivazione delle ciliegie è diffusa principalmente in Campania, Emilia-Romagna, Vaneto e Piemonte. Le ciliegie si possono consumare fresche, in marmellata e sotto spiritto. Il legno del ciliegio ha particolari caratteristiche di tenacità e durezza per questo trova buon impiego nella fabbricazione di mobili.
Descrizione.
Pianta di origini asiatiche, diffusa in europa fin dai tempi antichi, il ciliegio si può dividere essenzialmente in due specie diverse:
- il ciliegio a frutto dolce;
- il ciliegio a frutto acido.
Il ciliegio dolce a sua volta si distingue in due categorie:
- le duracine dette anche duroni, sono piante di notevole sviluppo che possono raggiungere anche i 20m d'altezza;
- le tenerine sono piante di dimensioni più riditte e con una crescita più lentta.
Hanno entrambe foglie grandi e ovali, i fiori sono generalmente bianchi. Nelle duracine, i frutti hanno la polpa dura e croccante che può essere, secondo la varietà, bianca, rossa o nerastra.
Le tenerine invece hanno la polpa molle e molto succosa solitamente rossa o nera. Il ciliegio acido si distingue anche per altri caratteri in tre diverse categorie:
- le amarene;
- le visciole;
- le marasche.
Le amarene sono piante di scarso sviluppo con rami pendenti e foglie piccole, i frutti sono di color rosso intenso con polpa e succo chiari. Le amarene sono usate per la produzione di succhi e sciroppi. Le visciole hanno i rami dritti con foglie molto grandi, i frutti sono di color rosso brillante come la polpa e il succo, hanno sapore dolciastro perciò sono utilizzate anche per il consumo fresco e per produrre marmellate. Infine le marasche che sono piante di taglia piccola come anche le foglie e i frutti, i quali sono usati dall'industria per la produzione di liquori.
Portainnesti.
Il portainnesti più usato dai vivai è il franco, che da un notevole sviluppo alla pianta ed entra in produzione dopo 6-8 anni. Il franco preferisce terreni sciolti, molto profondi e drenanti. Un'altro portainnesto e il malebbo, che da un ridotto sviluppo alla pianta e si adatta molto ai terreni poveri, secchi e sassosi molto frequenti nelle zone collinari. Il malebbo rende la pianta meno longeva, ma anticipa la messa a frutto e ne esalta le qualità organolettiche.
Impollinazione.
Moltissime varietà di ciliegio dolce sono autoincompatibili, perciò è spesso necessario piantare almeno due o tre piante vicine di varietà diverse.
La concimazione.
Anche per il ciliegio si consiglia di usare concimi organici, come il letame o lo stallatico. Per aver abbondanti produzioni di ciliegie si può concimare con abbondanti dosi di azoto e con dosi leggermente inferiori di fosforo e potassio.
Le malattie.
Oltre alla possibile presenza di cocciniglie e di afidi, si segnalano casi di mosca delle ciliegie che depone le uova nei frutti, le larve si ciberanno della polpa succosa una volta schiuse le uova. Altri patogeni di origini fungina sono il corineo che produce delle macchie sulla foglia che necrotizza i tessuti lasciandole bucherellate, la ruggine che colpisce la pagina inferiore della foglia arrossendola e portandola rapidamente alla caduta e infine la ticchialatura che può danneggiare fogli, fiori e frutti.

venerdì 9 maggio 2008

La vite - Cenni botanici

La vite europea (Vitis vinifera sativa), appartiene al genere Vitis, famiglia Vitacee o Ampelidee, ordine Rhamnales, sottoclasse Dicotiledoni. Il genere Vitis è distinto in due sottogeneri:
-Muscadinia, comprende V. rotundifolia e V. munsoniana;
-Euvitis, suddiviso in:
-gruppo viti americane;
-gruppo viti asiatiche orientali;
-gruppo viti euroasiatiche (tra cui Vitis vinifera).
Di quest' ultimo sottogenere fanno parte la grande maggioranza di specie utilizzate in viticoltura (sia da vino che da tavola) in Italia e nel mondo.

venerdì 2 maggio 2008

La sindria (L'anguria)

Le origini
Originario dell'Africa tropicale, dove sono ancora presenti numerose forme spontanee, il cocomero (Cucurbita citrullus) era già conosciuto dagli antichi Egizi, che lo coltivavano lungo il Nilo.Successivamente fu introdotto nel bacino del Mediterraneo; nel nostro paese questa coltura si diffuse all'inizio dell'Era Cristiana.
La coltivazione dell'anguria
A livello mondiale, la coltivazione dell'anguria interessa circa 1.500.000 ettari ed è particolarmente diffusa in Russia, Turchia, Brasile e Stati Uniti.In Italia questa coltura si estende su una superficie di circa 18.000 ettari, da cui si ottiene una produzione superiore alle 600.000 tonnellate, concentrata soprattutto in Emilia-Romagna, da cui proviene il 30% del raccolto nazionale, e nel Lazio. Per quanto riguarda il panorama varietale, le cultivar più diffuse in Italia sono Sugar Baby e Crimson Sweet.
Consumo e conservazione
Grazie all'elevato contenuto di acqua (oltre 95 grammi per 100 grammi di prodotto), l'anguria possiede una notevole capacità dissetante. Questo frutto svolge, inoltre, una buona azione diuretica.In cosmesi, si utilizza la polpa per preparare maschere rinfrescanti ed idratanti; il succo entra invece come ingrediente di lozioni che ammorbidiscono la pelle. Oltre ad essere consumata al naturale, l'anguria può essere utilizzata per preparare macedonie, marmellate, confetture e dolci. Le migliori condizioni di conservazione si raggiungono con una temperatura di 10-15 °C ed un'umidità relativa dell'80-90%.

Sa Pompia, il dolce della tradizione

L’albero sembra un arancio, ma i rami sono molto spinosi.
I frutti sono stranissimi, grandi come e più di un pompelmo – possono pesare anche 700 grammi – di colore giallo intenso e con la buccia spessa, granulosa, anzi si può dire bitorzoluta, costoluta. La pompìa esiste già da oltre due secoli, cresce solo in Sardegna, in un’area della Baronia che gravita intorno al comune di Siniscola. Cresce spontanea nelle macchie e negli agrumeti ed è arrivata sino a oggi perché è la materia prima fondamentale di alcuni dolci tradizionali di Siniscola.
AVVERSITA' E CURA DEGLI AGRUMI.
Gli Agrumi sono soggetti ad una ampia casistica di avversità.
Le patologie di tipo ambientale: sono tipicamente le carenze, fra cui la clorosi ferrica, la quale si manifesta a vari livelli a seconda della gravità.
Le foglie ingialliscono progressivamente, dagli apici vegetativi sino alla base della pianta.
Nei casi critici le piante non fioriscono o hanno scarsa fioritura o perdono precocemente i frutti. Le foglie poi si seccano ai bordi e cadono sino a portare la pianta a completa defogliazione. Assieme a questa carenza ve ne sono altre che presentano sintomi differenti fra cui: ingiallimenti delle foglie basali, torsione delle foglie, l' imbianchimento e la deformazione delle foglie, oppure punteggiature e arricciamenti, a cui fanno seguito scarsa fioritura e fruttificazione e scarse qualità dei frutti (aromi, zuccheri, colore e pezzatura) .
Queste cause sono controllabili preventivamente, con l'utilizzo di fertilizzanti idonei come quelli specifici per agrumi, mentre in altre situazioni le piante sono recuperabili a livello delle prime manifestazioni con interventi specifici con integratori di microelementi.
Altre cause "ambientali" sono:
1) la carenza di luce, che porta a scarsa fioritura e conseguente scarsa o nulla fruttificazione, oltre ad una crescita minima delle piante; si consiglia quindi di porre gli Agrumi in luogo molto luminoso, con almeno 4-6 ore di sole diretto al giorno.
2)L'inquinamento: queste piante non si sviluppano al meglio nei luoghi molto soggetti ad inquinamento, si sconsiglia quindi di utilizzarli nelle aiuole spartitraffico, o comunque nell'arredo urbano in aree soggette a molto traffico automobilistico.
3) Gli stress termici invernali ed estivi; nelle zone con inverni molto freddi è bene tenere le piante di Agrumi in luogo protetto, almeno fino al mese di aprile o maggio, in modo da evitare qualsiasi esposizione a temperature di molto inferiori allo zero per periodi prolungati; in estate può essere necessario ombreggiare leggermente gli esemplari coltivati in vaso durante le ore più calde della giornata.
4)L'eccesso di salinità in acqua e suolo, che porta la pianta ad una debilitazione generale.
In questi casi assieme alla prevenzione e la rimozione della causa predisponente è consigliato il tempestivo utilizzo di prodotti "energetici" per offrire alla pianta un valido aiuto per un veloce recupero dell'efficienza vegetativa dopo lo stress e favorirne lo sviluppo.
Tra le principali malattie parassitarie di origine vegetale (funghi) troviamo:
Mal Secco;
Marciume basale o del colletto;
Maculature delle foglie e dei frutti;
Muffa delle foglie e dei frutti;
Marciume bruno dei frutti.

Le principali malattie parassitarie di origine animale (insetti) troviamo:
Larve minatrici di fiori e foglie o Tignole;
Mosca della frutta ;
Minatrice serpentina;
UTILIZZI IN CUCINA.
Della pompìa si usa solo la scorza per fare liquori, oppure la parte bianca sotto la scorza per fare le aranciate e una specie di canditi casalinghi: la polpa, e quindi il succo, sono troppo acidi, molto di più del limone.
Impensabile quindi il consumo fresco, a spicchi, o sotto forma di spremute.
Le sue origini sono misteriose: da alcuni è ritenuta un cedro ma molte caratteristiche, sia dell’albero che del frutto, non corrispondono alla specie.
Molto probabilmente è un ibrido naturale sviluppatosi da incroci tra agrumi locali.
Il territorio di Siniscola è parte dell’area agrumicola sarda che va da Budoni a Orosei, dove nei secoli sono state coltivate moltissime varietà di cedro, arancio e limone.
E’proprio tra i testi di appassionati di agronomia e botanica del Settecento, in particolare in un saggio sulla biodiversità vegetale e animale della Sardegna di Andrea Manca dell’Arca, pubblicato nel 1780, che si trova la prima citazione della pompìa.
Più o meno negli stessi anni, nel 1760, una statistica redatta per ordine del Viceré registra alcune coltivazioni di pompìa a Milis, nell’Oristanese.
Oggi gli alberi di pompìa crescono sporadicamente qua e là nelle campagne della Baronia.
Gli agricoltori della zona hanno alcuni alberi soprattutto per il consumo famigliare, solo due di loro coltivano veri e propri agrumeti e vendono le pompìe alle poche pasticcerie e ai ristoranti di Siniscola che producono dolci tradizionali.
Il comune di Siniscola ha avviato di recente un campo sperimentale di 500 alberi. Tutte le coltivazioni sono assolutamente naturali: l’albero di pompìa è molto rustico e resistente, raramente si ammala.
La raccolta è manuale e avviene a partire dalla metà di novembre fino a gennaio. Il Presidio ha riunito i coltivatori, i pasticceri e i ristoranti di Siniscola: l’obiettivo è far conoscere questo agrume singolare anche al di fuori del ristretto mercato locale e fare ricerca per individuare nuove possibilità di trasformazione e impiego dei frutti.
A tavola I dolci di pompìa hanno tempi di lavorazione lunghissimi.
Almeno sei ore di tempo, da quando si gratta via la scorza del frutto e lo si libera dalla polpa molto amara, cercando accuratamente di non danneggiare o rompere la parte bianca sottostante. Al termine non rimane che una sorta di palloncino vuoto che viene prima lessato, poi immerso nel miele millefiori e posto in una teglia a sobbollire per circa tre ore.
Al termine si fa raffreddare e si pone su un piattino: sa pompìa intrea è pronta.
Qualcuno la riempie di mandorle tritate, il nome del dolce in questo caso è sa pompìa prena.
Con la pompìa candita, a filetti, si prepara anche s’aranzata: una torta composta di pezzetti di pompìa, mandorle, ancora miele millefiori e piccoli confettini colorati (sa trazea).

Riso

IL RISO

Il riso è la cariosside , la pianta erbacea annuale appartenente alla famiglia delle Gramineae. Dopo la cariosside del riso si fa la mietitura che si intende il processo di raccolta nei campi dei cereali maturi. Il risone diventa commestibile dopo varie lavorazioni, svolte in un'industria risiera, principalmente a liberarlo dalle parti tegumentali (lolla o pula) . La lolla e il riso del rivestimento esterno del chicco, asportato con il processo di sbramatura.


PRODUZIONE E LAVORAZIONE DEL PRODOTTO


Si comincia con l'aratura della risaia, non eccessivamente profonda da aerare il suolo compattato dalla sommersione precedente: poi si passa all'erpicatura, per sminuzzare il terreno, e a una prima concimazione. La semina si fa in primavera (aprile, maggio) con una macchina seminatrice; il seme (risone) deve essere preventivamente ammollato, perché non galleggi. La semina si puo effettuare con risaia allagata, o risaia sommersa,oppure con risaia asciutta,cioe priva di acqua;la prima semina viene effettuata esclusivamente a spaglio, mentre in asciutta si semina interrando il seme a file . Tutte le tecniche prevedono una precedente o una successiva sommersione della risaia( essa consente di spostare verso temperature piu alte il campo di escursione termica ).



Il riso è avvolto dalle glumelle RISONE e subisce le seguenti lavorazioni: 1. PULITURA: separazione dalle impurezze 2.SBRAMATURA: distacco e separazione delle glumelle della cariosside, le glumelle formano la lolla. 3. SBIANCATURA: in cui si allontanano gli strati esterni della cariosside e l'embrione.

Nel corso della pilatura si ottengono i seguenti prodotti:

Il riso grezzo: che è privato della lolla però ha ancora il pericarpo e l'embrione.
Il riso sbramato : che ha subito una lavorazione incompleta alla sbiancatura e si usa nella lavorazione della birra.
Il riso raffinato : che è il riso bianco che ha subito 3-4 passaggi alla sbiancatura e che viene destinato come sottoprodotto a lavorazioni speciali.
Il riso comolino e oleato: che si ottiene oleando la superficie del riso raffinato con olio di lino o di vaselina.
Il riso brillato: che si prepara a seguito di lavorazioni con talco e glucosio e si usa nell'alimentazione umana

Si fanno 3 operazioni che sono:
1) La sbramatura viene eseguita con due dischi orizzontali, detti sbramini,il disco superiore è stazionario mentre quello inferiore , ad adeguata distanza , è in rotazione.Un'evoluzione degli sbramini a dischi è rappresentata dagli sbramini a cilindri gommati ruotanti a differenti velocità, i quali hanno ridotto i rischi di rottura.
2)La sbiancatura è un ulteriore passaggio effettuato nelle sbiancatrici, macchine costituite da coni pieni rotanti in griglie coniche.
3)La lucidatura, compiuta in macchinari simili alle sbiancatrici ma a coni rivestiti con strisce di cuoio, ha lo scopo di rendere il chicco più bianco e levigato. Il riso così ottenuto è noto come lavorato o raffinato. Esso viene infine selezionato e confezionato.



IL RACCOLTO

Le spighe del riso sono mature a settembre; con una mietitrebbia si svolgono contemporaneamente le due operazioni di mietitura e di trebbiatura




Produzione e lavorazione del prodotto


I funghi sono i principali patogeni della coltura del riso che possono colpire a qualsiasi malattiache possono essere il seme, foglie, collo (punto di attacco della pannocchia). La Pioggia, umidità dell’aria, temperatura, ph del terreno sono i fattori ambientali che influenzano lo sviluppo della coltura impiantata il riso. Un ' altra malattia puo essere la Brusone Che e anche un patogeno , dove si attaca alle foglie e alle guaine , sul culmo , e sulle pannocchie . Sulle foglie e sulle guaine e si trovano nelle tacche strette ed allungate ed di colore grigiastro , quando le piante sono state colpite da questa malattia Brusone le piante rallentano la loro crescita e la maturazione cariosside non si completa del tutto. La lotta contro la Brusone del riso bisogna usare la chimica e consiste con diversi metodi che possono essere di evitare di seminare dei semi troppo fini e che sono ritardate oppure usare delle concimazioni che devono evitare squilibri nutrizionali ed eccessivo di azoto.

venerdì 4 aprile 2008

Tossicità degli agrofarmaci

Le sostanze attive presenti nei prodotti fitosanitari sono sostanze potenzialmente tossiche per l'uomo; le intossicazioni possono essere provocate essenzialmente in due modi:
  • contaminazioni accidentale che si verifica quando durante la preparazione e la distribuzione degli agrofarmaci non si adottano le precauzioni necessarie;
  • contaminazione alimentare, che si verifica per l'ingestione di derrate alimentari che contengono residui tossici.
Possiamo distinguere tre vie di intossicazione:
  • per inalazione, che si verifica quando l'assorbimento avviene per inspirazione;
  • per contatto o dermale, che si verifica quando l'assorbimento avviene per contatto tra l'epidermide e il prodotto;
  • per ingestione, che si verifica quando si ingeriscono alimenti contenenti residui di agrofarmaci.

DL50

È il dosaggio di una sostanza solida o liquida che, se somministrato in unica volta, si rivela letale sul 50% della popolazione di animali soggetta a sperimentazione.
Si esprime in mg di sostanza per kg di peso corporeo.
Indicativamente in relazione alla DL50 una sostanza liquida può essere:
molto tossica (DL50 : <> 2000)

venerdì 28 marzo 2008

I limiti della lotta biologica

La lotta biologica è una tecnica che sfrutta i rapporti di antagonismo fra gli organismi viventi per contenere le popolazioni di quelli dannosi. Questa tecnica si è evoluta a fini agronomici e in genere si applica in campo agroalimentare per la difesa delle colture e delle derrate alimentari, ma per estensione si può applicare in ogni contesto che richieda il controllo della dinamica di popolazione di un qualsiasi organismo.
Principi fondamentali All'interno di ogni ecosistema, ogni specie è soggetta all'interazione con fattori di controllo, viventi o non, che regolano la dinamica della popolazione. Un ruolo non trascurabile è rappresentato dal controllo biologico da parte degli organismi viventi che con quella specie instaurano rapporti di antagonismo come la predazione, il parassitismo, la competizione interspecifica. I fattori biotici di controllo della popolazione di una determinata specie fanno parte integrante della capacità di reazione omeostatica di un ecosistema. In un ecosistema naturale, pertanto, le variazioni di popolazione di una specie inducono dinamici adattamenti dei componenti dell'ecosistema che interagiscono con la sua nicchia ecologica. Il risultato è una variazione ciclica che tende a contenere le pullulazioni e, nel contempo, a evitarne l'estinzione, a meno che non si verifichino nell'ambiente mutamenti tali che portano - in senso evolutivo o regressivo - ad un avvicendamento delle biocenosi.
Qualsiasi evento, applicato ad un agrosistema o altro sistema antropizzato, comporti il controllo di una specie dannosa da parte di un suo antagonista naturale può essere definito un mezzo di lotta biologica. La lotta biologica pertanto non è altro che l'applicazione di un modello di omeostasi in un sistema artificiale.
Per le sue prerogative la lotta biologica non abbatte la popolazione di un organismo dannoso, bensì la mantiene entro livelli tali da non costituire un danno. Questo aspetto differenzia nettamente la lotta biologica da altri mezzi di difesa, come ad esempio la lotta chimica convenzionale e la lotta biotecnica, nei quali si può anche contemplare l'azzeramento della popolazione dell'organismo dannoso. Ad esempio, l'impiego del Bacillus thuringiensis potrebbe essere interpretato come un mezzo di lotta biologica, in realtà ha prerogative che si avvicinano più alla lotta chimica che alla lotta biologica in quanto consiste in un intervento che si prefigge di abbattere la popolazione del fitofago indipendentemente dagli sviluppi successivi. Al contrario, l'inoculo di un predatore o di un parassitoide in un agrosistema, ai fini della sua acclimatazione, è da considerarsi un intervento di lotta biologica in quanto il meccanismo di controllo del fitofago si basa sull'evoluzione dinamica delle popolazioni secondo i modelli Ecologici.

I nematodi

I nematodi appartengono al phylum Nematoda, e sono chiamati anche vermi cilindrici perché presentano un corpo cilindrico a sezione trasversale circolare.
Ecologia :
Il phylum comprende sia specie conducenti vita libera che
parassiti.
Le specie libere sono numerose nei terreni umidi, nei sedimenti dei fondali acquatici e nelle sorgenti termali. Le specie terricole sono in prevalenza spazzini e vivono negli strati superficiali dove si nutrono di materia organica morta. La loro attività è molto importante per la miscelazione e l'aerazione del terreno. Alcune specie libere sono erbivore e si nutrono di
funghi, batteri, alghe e piante. Altre specie sono invece carnivore e si nutrono di microrganismi, piccoli invertebrati e di altri nematodi, compresi individui della stessa specie (cannibalismo).
I nematodi parassiti infestano un gran numero di piante e di animali. Alcuni parassiti sono dotati di un apparato boccale, provvisto di stiletti, atto alla perforazione delle pareti cellulari delle radici delle piante, in modo da potersi alimentare dei succhi vegetali. La loro attività è causa della perdita di numerosi raccolti. Altri nematodi vivono sulla superficie di organismi acquatici e molti riescono ad infestare i vertebrati terrestri, compreso l'uomo, insinuandosi nel
sistema digerente, in quello circolatorio o incistandosi nell'apparato muscolare.
Anatomia e fisiologia :
Essendo organismi pseudocelomati, i nematodi presentano una cavità posta fra il canale alimentare e la parete del corpo. La parete è formata (partendo dall'esterno) da:
-una cuticola pluristratificata;
-uno strato epidermico intermedio;
-uno strato muscolare longitudinale.
La cuticola è costituita in prevalenza da
collagene, una proteina fibrosa che protegge l'animale dagli urti meccanici. Lo strato epidermico sottostante si estende lungo lo pseudoceloma con 4 rigonfiamenti epidermici: 2 laterali, 1 dorsale ed 1 ventrale. Questi cordoni sono attraversati da canali escretori e nervi longitudinali. Lo strato muscolare longitudinale si estende poi tra i cordoni sotto l'epidermide ed è a contatto con il liquido pseudocelomatico che riempe la cavità. Ogni fibra muscolare forma una sinapsi diretta con i cordoni nervosi (dorsale e ventrale) che attraversano i rigonfiamenti epidermici. Questa è una condizione atipica nel regno animale poiché, in genere, la fibra muscolare si lega a quella nervosa tramite una giunzione neuro-muscolare. L'assenza di strati muscolari circolari non permette ai nematodi la capacità di movimenti complessi ed essi possono solo flettere od ondulare il proprio corpo utilizzando le particelle di sedimento come leve per effettuare gli spostamenti.
I nematodi sono organismi
proctodeati. In genere la bocca (posta all'estremità anteriore) è trilobata, ogni lobo reca delle mascelle cuticolari ed è delimitata da labbra. La bocca è collegata all'intestino tramite una faringe muscolosa che serve a pompare l'alimento direttamente nella cavità intestinale, la quale, quando non contiene il cibo, rimane schiacciata dalla pressione che la parete del corpo esercita sul liquido pseudocelomatico. La digestione avviene inizialmente nel lume intestinale per poi terminare all'interno delle cellule che tappezzano l'intestino. Gli scarti della digestione vengono poi espulsi per contrazione dei muscoli del retto attraverso l'ano (posto nella zona vicina l'estremità posteriore).
La circolazione delle sostanze nutritive e gli scambi gassosi, necessari per l'attività metabolica delle cellule, avvengono grazie al liquido pseudocelomatico che bagna le varie cellule del corpo e il suo compito è facilitato dai movimenti dell'organismo. La cuticola della parete del corpo è inoltre provvista di pori per mezzo dei quali avvengono gli scambi gassosi tra l'animale e l'ambiente esterno.
I prodotti di rifiuto dell'attività metabolica vengono eliminati tramite un sistema escretore a forma di "H": è formato da due canali escretori che attraversano i cordoni epidermici laterali e che si uniscono nella zona centrale e ventrale, dove sboccano all'esterno attraverso un nefridioporo (o poro escretore).
Il
sistema nervoso è formato da un gruppo di gangli connessi ad un anello nervoso che circonda l'intestino e dal quale si diramano cordoni nervosi sia anteriormente, verso la bocca, che posteriormente, verso la coda. I cordoni nervosi posteriori attraversano i rigonfiamenti epidermici e poi si riuniscono nei gangli vicini l'estremità.
I nematodi presentano
organi sensoriali, quali setole e papille inserite nella cuticola, che hanno funzione meccano-recettrice, ossia percepiscono gli stimoli tattili. Altri organi di senso sono gli anfidi, posti nella regione boccale, e i fasmidi, posti nell'estremità posteriore, che hanno funzione chemio-sensoriale, cioè servono per la percezione di segnali chimici (gli "odori") emanati dall'ambiente e dalle possibili prede e predatori. Questi organi, inoltre, sono importanti per la percezione dei feromoni, dei segnali chimici prodotti dalle femmine per attirare i maschi nel luogo dell'accoppiamento.
Riproduzione e sviluppo :
La maggior parte delle specie è
dioica e l'apparato riproduttore, sia maschile che femminile, è a "frusta", cioè formato da lunghi tubuli avvolti su se stessi.
I maschi possiedono uno o una coppia di
testicoli collegati tramite un condotto deferente ad una vescicola seminale, dove vengono raccolti ed accumulati gli spermatozoi prodotti. Dalla vescicola gli spermatozoi raggiungono l'orifizio genitale passando attraverso un dotto eiaculatore. L'orifizio è posto nell'estremità posteriore, la quale è dotata di spicole che hanno la funzione di mantenere divaricato il poro femminile durante l'accoppiamento.
L'apparato riproduttore femminile è costituito da una coppia di
ovari collegati ad un utero per mezzo di ovidotti. L'utero è poi connesso ad una vagina che sbocca all'esterno tramite il poro genitale femminile, posto nella regione centrale del ventre.
Con l'accoppiamento gli spermatozoi risalgono l'utero e fecondano le
uova negli ovidotti. le specie possono essere ovipare od ovovivipare e non si ha stadio larvale. Infatti dallo zigote si producono direttamente degli stadi giovanili, simili all'adulto ma sessualmente immaturi. Gli stadi giovanili subiscono 4 mute cuticolari prima di diventare adulti.

Caratteristiche dei prodotti fitosanitari

I prodotti fitosanitari presentano alcune peculiarità che nel loro insieme stabiliscono l'effettiva efficacia del prodotto. Questi aspetti sono di tipo:
- qualitativo;
- quantitativo;
- collaterale.

Aspetti qualitativi di un agrofarmaco.
La qualità di un agrofarmaco dipende direttamente da due fattori: la tossicità e la disponibilità.
La tossicità intrinseca è rappresentata dal danno che una sostanza attiva esplica nei confronti
dell'oganismo bersaglio. La tossicità intrinseca è, di conseguenza, la risultante di due momenti che sono sinergici ed indispensabili l'uno all'altro:
- il meccanismo di azione, che consiste nella capacità di raggiungere i punti vitali;
- l'azione della sostanza attivà a livello cellulare che consiste nella sostituzione, nella competizione o nell' aggressione dei sistemi biologici.
La
disponibilità di un agrofarmaco è la capacita di liberare la sostanza attiva, in presenza di vari stimoli, e di farla arrivare a contatto con il bersaglio.

Aspetti quantitativi di un agrofarmaco.
La disponibilità, basa i suoi requisiti su alcuni aspetti che determinano la quantità di agrofarmaco presente sul vegetale in un momento qualsiasi. Questi aspetti quantitativi sono: la copertura, il deposito e il residuo.
La
copertura rappresenta il grado di distensione della sostanza attiva sul vegetale.
Gli elementi che condizionano la copertura sono:
- la dimensione delle gocce;
- il mezzo meccanico usato per la distribuzione;
- la presenza di un coadiuvante tensioattivo che determina la distensione delle goccioline sulla superficie del vegetale.
Il
deposito rappresenta la quantità di prodotto che rimane sulla superficie del vegetale dopo il trattamento. Gli elementi che condizionano il deposito sono:
- la copertura che tanto più grande sarà, maggiore sarà il deposito;
- la natura del preparato e i mezzi di diffusione;
- la natura delle superfici degli organi trattiti;
- la carica elettrica;
- la presenza di un coadiuvante con funzione adesiva aumenta la possibilità di deposito di una sostanza attiva.
Il
residuo viene definito come la quantità di sostanza attiva che rimane, sull' organo vegetale, dopo un determinato periodo di tempo dal trattamento fitosanitario. Gli elementi che condizionano il residuo sono:
- mezzi meccanici e micronizzazione delle particelle le quali più sono piccole e minore sarà il dilavamento e maggiore l'effetto residuale;
- elementi climatici (pioggia, temperatura e luce) che svolgono attività azione dilavante, dissolvente, denaturante e volatilizzazione delle sostanze attive;
- accrescimento della pianta poichè nei momenti di grande espasione sia delle lamine fogliari sia dei germogli (primavera) si ha una riduzione dell'attività residuale.
Pertanto è necessario usare prodotti persistenti perchè siano validi dal punto di vista fitoiatrico, ma occorre che la persistenza sia strettamente limitata alla riuscita dei trattamenti.

Aspetti collaterali di un agrofarmaco.
Sono aspetti determinanti nell'azione di un agrofarmaco, possono essere di natura esterna oppure essere intrinseci al preparato stesso; fra questi aspetti ricordiamo:
- la
prontezza di azione che definisce la capacità di una sostanza attiva di svolgere immediatmente le sue funzioni;
- la
persistenza di azione che si intende come la capacità di un agrofarmaco di prolungare la sua azione nel tempo;
- la
miscibilità che si intende come la proprietà intrinseca di un prodotto fitosanitario di essere compatibile e quindi miscibile con uno o più preparati di tipo diverso. Le ragioni che stanno alla base della miscibilità sono da imputarsi ad aspetti sia di natura economica sia tecnica:
- i primi perchè unendo i preparati diminuiscono i costi dei trattamenti che vengono ridotti di numero;
- i secondi perchè si possono effettuare trattamenti complessi rivolti a più parassiti.
Un prodotto fitosanitario, nei confronti della sua
miscibilità con altri, presenta tre fenomeni:
-
indifferenza in cui la miscela non presenta particolari aspetti nè positivi, ne negativi;
-
antagonismo in cui la miscela presenta una riduzione degli effetti delle singole sostanze attive;
-
sinergismo in cui la miscela presenta effetti con caratteristiche migliori delle singole sostanze attive. La miscela, inoltre, presenta altri effetti che non considerano le sostanze attive, ma l'azione globale che l'insieme espica; infatti si possono presentare fenomeni di:
- minore solubilità o sospensività in acqua;
- fitossicità intesa come la capacità del prodotto ottenuto di provocare un danno alla pianta sulla quale è stato distribuito.
Allo scopo di evitare l'insorgere di questi fenomeni sono state approntate delle tabelle di compatibilità:
- la ridistribuzione definisce la capacità di un agrofarmaco di spostarsi e ridistribuirsi per volatilizzazione o per risolubilizzazione oppure per semplice trasporto del passivo;
- il citotropismo e la sistemicità esprimono la capacità di un agrofarmaco di superare le barriere cellulari ed entrare nella pianta comportandosi cioè da endoterapico.
Questi prodotti vengono raggruppati in tre grandi categorie:
- citotropici, sono composti che pur venendo assorbiti dai tessuti vegetali, non sono mobili e si localizzano nei punti in cui sono entrati ed al limite nelle zone limitrofe;
- translaminari, sono composti dotati di buona mobilità cellulare, essi vengono assorbiti e traslocati da cellula a cellula, sia in sonso laterale sia traversale;
- sistemici, sono prodotti estremamente mobili; essi vengono assorbiti ed entrano nel flusso linfatico raggungendo anche le parti della pianta che non sono state oggetto del trattamento.
L'uso di prodotti sistemici pone tuttavia una serie di problemi che impogono un'attenta valutazione nei trattamenti:
- la sistemicità varia in funzione dell'organo interessato;
- la sistemicità è migliore nelle piante metebolicamente efficenti;
- gli organi aerei non sempre riescono a richiamare e a concentrare una sufficente quantità di agrofarmaco;
- l'uso dei prodotti sistemici può determinare una selezione di ceppi resistenti.

La solarizzazione

La solarizzazione è una tecnica di disinfezione del terreno utilizzata negli ambienti mediterranei, in America Latina, negli Stati Uniti, in India, ecc. come sostitutiva della fumigazione. La copertura del terreno con un telo di plastica trasparente consente di raggiungere temperature necessarie a controllare i patogeni e a contenere lo sviluppo delle erbe infestanti. La maggiore limitazione di questo metodo è la sua dipendenza dal clima. Recentemente, molti studi sono stati condotti per migliorare l’efficacia della solarizzazione; risultati incoraggianti per il controllo di diverse malattie sono stati ottenuti combinandola con un ridotto dosaggio di pesticidi, con agenti di biocontrollo e soprattutto con ammendanti organici che producono composti volatili che si accumulano sotto il telo di plastica (biofumigazione). ”. Questa tecnica, a differenza delle altre, è più rispettosa dell’ambiente, presenta indiscutibili vantaggi ed è anche di facile applicazione. Consiste, principalmente, nel sottoporre il terreno all’irraggiamento solare nel periodo più caldo dell’anno. Le alte temperature che si registrano nei primi strati del terreno inducono la morte della carica patogena presente, funghi e nematodi, nonché dei semi di infestanti.
La solarizzazione si può effettuare sia in pieno campo che in serra; gli effetti, comunque, sono maggiori in ambiente protetto. La tecnica della solarizzazione si effettua mediante la copertura del terreno con film plastico trasparente. Tale copertura permette il passaggio delle radiazioni solari verso il terreno e ne ostacola la fuoriuscita dal terreno verso l’esterno durante la notte. In ambiente protetto, serra o tunnel, tale effetto è esaltato in quanto, oltre alla copertura del terreno con pacciamatura, vi è la copertura della serra stessa. La temperatura del terreno durante il trattamento dovrebbe raggiungere i 45-50° C per avere una buona efficacia. Ovviamente la solarizzazione si esegue nel periodo più caldo dell’anno, giugno-agosto, per circa 30-40 giorni; più lungo è il periodo di esposizione al sole del terreno maggiore sarà la riduzione della carica patogena dello stesso. Prima di procedere, occorre eliminare i residui di vegetazione della coltura precedente, arare il terreno alla profondità di 30-40 cm, nonché sminuzzarlo e affinarlo bene. Durante le lavorazioni del terreno sarebbe opportuno somministrare e interrare sostanze organiche. La sostanza organica, abbinata alla pratica della solarizzazione, libera per fermentazione composti volatili (ammoniaca, composti solforici, isotiocianati) ed altre sostanze ad azione tossica verso la carica patogena tellurica. Successivamente, occorre predisporre un impianto irriguo a goccia con ali gocciolanti, a distanze variabili secondo la portata degli erogatori stessi. Subito dopo la sistemazione dell’impianto irriguo bisogna coprire il terreno con film plastico di polietilene oppure LDPE, PVC o EVA. Infine, è necessario irrigare il terreno e portarlo alla capacità di campo. L’acqua data al terreno serve per condurre il calore negli strati più profondi del terreno e per far germinare i semi di infestanti e sottoporli, quindi, all’azione abbattente del calore. A fine solarizzazione bisogna evitare rivoltamenti di strati profondi di terreno. Ciò per evitare di portare in superficie strati di terreno probabilmente infetti, non sottoposti all’azione del calore. I vantaggi della solarizzazione rispetto agli altri metodi sono molteplici. Questa tecnica, infatti, distrugge la maggior parte dei funghi patogeni e provoca la devitalizzazione di quei funghi che non vengono sottoposti a temperature elevate e comunque ne impedisce la capacità di provocare infezioni successive. Inoltre, essa salvaguarda la flora microbica, antagonista di quella patogena, in quanto termotollerante, ed esplica un’azione di contenimento nei confronti di diversi nematodi soprattutto galligeni. Infine, con simile tecnica si ha il controllo di un gran numero di specie infestanti, tranne alcune specie non colpite a causa dei rivestimenti spessi dei semi o per la profondità a cui sono posizionate nel terreno. La tecnica della solarizzazione, sebbene nota a molti agricoltori, spesso non è stata presa in seria considerazione perché in passato si è fatto largo uso del bromuro di metile, il cui uso ora è vietato o meglio molto limitato. Ora è indispensabile trovare delle valide alternative di difesa, ed inoltre è necessario puntare su tecniche di lotta a più basso impatto ambientale. Ciò è auspicato sia dalla legislazione comunitaria che da quella nazionale, ma è sempre più richiesto dai consumatori e, quindi, dal mondo della distribuzione commerciale dei prodotti agricoli.
Nei terreni intensamente coltivati si assiste ad una proliferazione di agenti patogeni e, quindi, ad una riduzione delle rese e della qualità. È questo un fenomeno particolarmente accentuato nelle colture orticole protette. In particolare i patogeni fungini, i nematodi e le erbe infestanti, - sono responsabili dei principali decrementi produttivi. Tra i patogeni fungini più frequenti si segnalano il Phytophthorae, la Sclerotiniae, la Pythia,il Rhizoctoniae, la Fusaria e la Verticillia, mentre, fra i nematodi, quelli appartenenti ai generi Meloidogine, Dytilenchus e Pratylencus.

Agrofarmaci - danni a carico dell'operatore

La pericolosità dei fitofarmaci in agricoltura, sebbene dipenda dalle caratteristiche intrinseche del formulato, è innanzitutto legata all'uso improprio, o comunque poco corretto, da parte dell'operatore che impiega il prodotto.
La maggior parte delle contaminazioni accidentali avviene nella fase di preparazione della miscela antiparassitaria e durante la distribuzione fitoiatrica. Comunque è proprio il momento della preparazione della miscela che presenta i maggiori rischi di intossicazione; in effetti, aprendo e vuotando le confezioni dei fitofarmaci, la polvere, gli spruzzi ed i vapori sono circa 100-1000 volte più concentrati delle soluzioni. L'assorbimento dei fitofarmaci, durante il loro impiego, avviene attraverso tre vie: cutanea o dermale, inalatoria, orale.
I maggiori assorbimenti comunque si hanno attraverso la pelle ed in special modo attraverso le mani. All'interno dell'organismo, le sostanze tossiche si sciolgono nel sangue e da questo vengono trasportate ai vari organi.
Il fegato,provvede a trasformarle e, per mezzo dei reni, vengono eliminate con le urine. La tossicità dei fitofarmaci può essere immediata e riferita agli effetti di una sola somministrazione (tossicità acuta) oppure a medio-lungo termine, per effetto di più somministrazioni (tossicità cronica).
La tossicità acuta si manifesta entro breve tempo dall'assunzione della sostanza tossica, con sintomi immediati più o meno gravi, a seconda dei casi. Il tipo di sintomo dipende dalla classe chimica e dal meccanismo di azione tossica del principio attivo. La maggioranza dei sintomi acuti hanno azione neurotossica, cioè agiscono su un enzima (acetilcolinesterasi), presente nel tessuto nervoso, ed a livello della giunzione neuromuscolare. Il blocco dell'acetilcolinesterasi determina il vario quadro sintomatologico della intossicazione acuta. Per tradizione i sintomi vengono descritti come "nicotinici" e "muscarinici".
I sintomi nicotici comprendono: tachicardia, con rialzo della pressione arteriosa, midriasi pupillare, astenia, crampi, facile esauribilità muscolare ecc.
I sintomi muscarinici comprendono: nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, ipotensione arteriosa, broncospasmo con tosse, lacrimazione ed aumento della salivazione. I sintomi a carico del sistema nervoso centrale comprendono: confusione, disorientamento, ansia, insonnia, incubi, incoordinazione motoria, tremori, convulsioni, coma.
In genere i sintomi nicotinici e muscarinici si combinano tra di loro e nei casi più gravi si può avere morte per insufficienza respiratoria, dovuta alla paralisi dei muscoli e dei centri regolatori del respiro.
La tossicità cronica è quella che si avverte dopo un certo tempo (in genere anni) dovuta al graduale accumulo di sostanze tossiche in alcuni organi del corpo umano. Questa tossicità è subdola in quanto difficilmente è valutabile ed è quella che poi provoca danni gravissimi a livello cito-istologico e fisiologico molto spesso di tipo irreversibile. Nel quadro degli effetti indesiderati attribuibili alla tossicità cronica rientrano gli effetti mutagenici (alterazione del patrimonio genetico delle cellule dell'organismo), cancerogenici e teratogenici (danni al feto durante la gravidanza). Tutto ciò deve far meditare, quindi, l'operatore agricolo, che sovente è indotto a sottovalutare la portata del rischio a cui si espone usando prodotti chimici, circa l'importanza delle norme di sicurezza personale.
Va puntualizzato che la classificazione tossicologica dei prodotti fitosanitari è basata esclusivamente sulla tossicità acuta (determinazione della dose letale 50) e pertanto non tiene conto dei rischi di tossicità cronica. Pertanto,l'agricoltore che utilizza maggiormente prodotti fitosanitari appartenenti a classi tossicologiche meno pericolose (ex III e IV classe) tende ad abbassare ulteriormente la guardia finendo per trascurare ancor di più tali norme, esponendosi così agli effetti tossici cronici.
In genere i sintomi nicotinici e muscarinici si combinano tra di loro e nei casi più gravi si può avere morte per insufficienza respiratoria, dovuta alla paralisi dei muscoli e dei centri regolatori del respiro.
La tossicità cronica è quella che si avverte dopo un certo tempo (in genere anni) dovuta al graduale accumulo di sostanze tossiche in alcuni organi del corpo umano. Questa tossicità è difficilmente è valutabile ed è quella che poi provoca danni gravissimi a livello fisiologico molto spesso di tipo irreversibile. Nel quadro degli effetti indesiderati attribuibili alla tossicità cronica rientrano gli effetti mutagenici (alterazione del patrimonio genetico delle cellule dell'organismo), cancerogenici e teratogenici (danni al feto durante la gravidanza).
Va puntualizzato che la classificazione tossicologica dei prodotti fitosanitari è basata esclusivamente sulla tossicità acuta (determinazione della dose letale 50) e pertanto non tiene conto dei rischi di tossicità cronica. Pertanto, l'agricoltore che utilizza maggiormente prodotti fitosanitari appartenenti a classi tossicologiche meno pericolose tende ad abbassare ulteriormente la guardia finendo per trascurare ancor di più tali norme, esponendosi così agli effetti tossici cronici.

venerdì 14 marzo 2008

Norme di sicurezza nell'utilizzo degli agrofarmaci

Al fine di garantire la sicurezza per l’operatore, l’efficacia del trattamento, l’integrità della coltura trattata e di quelle limitrofe è consiogliabile seguire alcuni semplici suggerimenti:

Preparazione delle miscele

  • Indossare indumenti protettivi
  • Utilizzare recipienti appositi
  • Operare all'aperto o in ambienti aereati
  • Durante le operazioni tenere lontano i bambini
  • Evitare che gli animali siano presenti durante la preparazione o vengano a contatto con i materiali usati

Impiego dei preparati
  • Non mangiare, bere, fumare durante i trattamenti
  • Non operare contro vento
  • Non impiegare il prodotto in prossimità dei corsi d'acqua
  • Applicare il prodotto in condizioni meteorologiche favorevoli: evitare le ore più calde della giornata, non trattare in presenza di vento e se si prevede pioggia nelle ore immediatamente successive al trattamento;
  • Non effettuare trattamenti quando piove
  • Lavarsi accuratamente in caso di contatto con il prodotto
  • Non contaminare alimenti o bevande
  • Impiegare il prodotto solo sulle colture autorizzate
  • Lavare le attrezzature dopo l'uso
  • In caso di intossicazione consultare il medico mostrandogli l'etichetta del prodotto
  • Controllare la pulizia e la funzionalità delle attrezzature utilizzate per la distribuzione;
  • Rispettare le modalità di impiego raccomandate in etichetta: dose, epoca di applicazione, intervallo tra le applicazioni;
  • Curare in modo particolare le indicazioni relative alla strategia anti-resistenza, che prevedono generalmente un numero massimo di trattamenti consecutivi o per anno con lo stesso prodotto e l’alternanza di prodotti a diverso meccanismo d’azione
  • Rispettare le indicazioni relative alla sensibilità varietale per evitare effetti indesiderati (fitotossicità, rugginosità, ecc.);
  • Rispettare le indicazioni sulla miscibilità con altri prodotti